Dal
SETI
Italiano la difesa da Deep Impact (e molto altro)
di
Bruno Moretti Turri IK2WQA
TeamSETI of SETI
Institute, IARA, SETI Italia G. Cocconi
N.B.: con un testo
molto simile e il titolo "Utilità
del SETI e del calcolo distribuito"
questo
articolo è stato pubblicato su "Astronomia"
UAI numero 6/2006 pag. 28-31
Astronomy
and Astrophysics Abstracts
This
paper describes SETI and RFI-Free Radioastronomy from the Farside of
the Moon, SETI and Planetary Defense from NEO Impact, SETI@home
and distributed
computing evolution: KLT (Karhunen-Loève Transform) and
SonATA (SETI on Allen
Telesope Array) project.
Esiste
qualche cosa di più difficile della ricerca di un ago in un
pagliaio?
SETI,
acronimo di Search for Extra Terrestrial Intelligence,
ricerca di intelligenza extraterrestre, è un campo
scientifico estremamente affascinante consistente
nell'esplorazione del cielo nella speranza di intercettare segnali
elettromagnetici (radio: Radio-SETI, laser:
Optical-SETI, ecc.) aventi caratteristiche indubbiamente artificiali,
generati da eventuali
civiltà aliene che hanno raggiunto un grado di conoscenza
scientifica e di sviluppo tecnologico in grado di
produrli. Si tratta di una ricerca estremamente difficile, a causa
delle enormi distanze in campo e la
fisica ci insegna che la potenza di un segnale elettromagnetico
diminuisce con l’inverso del
quadrato della distanza. Ciò significa che un segnale
proveniente da una distanza superiore alla
sensibilità relativa dei nostri ricevitori sarebbe
"invisibile" perchè si perderebbe nel noise (rumore di
fondo), così come una stella troppo fioca è
invisibile ai nostri più potenti strumenti ottici
perchè si perde nel "buio di fondo".
A complicare la ricerca SETI ci sono molti altri pesanti fattori: il
segnale può arrivare da qualunque direzione, in qualunque
momento temporale (ed essere ricevibile per
pochi secondi) e, virtualmente, su qualunque frequenza del vastissimo
spettro elettromagnetico che va
dalle onde radio all'ultravioletto.
Insomma: come cercare un ago in milioni di pagliai.
La
ricerca SETI è dunque inutile?
Trascurando
coloro che rispondono affermativamente per narcisistico/superstizioso
pregiudizio fondamentalista
antropocentrico, sono in molti, anche in campo scientifico, a
ritenere, per le ragioni suddette, che SETI è una inutile
perdita di tempo, una
ricerca “impossibile”. In realtà occorre
partire dal presupposto che SETI
è ancora in una fase molto
pionieristica.All'umanità sono stati necessari diversi
secoli dalla
formulazione dell'ipotesi dell'esistenza di altri mondi da parte di
Niccolò Cusano (1440) e Giordano Bruno, dal
cannone-occhiale di Galileo alla scoperta (indiretta) dei primi pianeti
extrasolari (l’individuazione
di 51 Pegasi è datata 1995). SETI è oggi
ancora al livello del cannone-occhiale di Galileo. SETI
è un “bebè” che ha
ancora bisogno di molte cure per crescere: potenziamento quantitativo e
qualitativo degli strumenti (antenne e ricevitori criogenici,
realizzazione progetto SKA,
Square Kilometre Array al quale partecipa anche il nostro
Paese),
radioastronomia RFI-free (libera da radio interferenze umane) con la
costruzione di un radiotelescopio sulla faccia nascosta
della Luna (Lunar Farside Radio Lab, studio dell'Accademia
Internazionale di Astronautica), affinamento
delle tecniche e miglioramento degli algoritmi matematici di
rilevamento dei segnali al limite del
noise (KLT versus FFT, ne parleremo più avanti). In una
Galassia costituita da oltre 200 miliardi di stelle, che
possiede sicuramente almeno un sistema
planetario (il nostro) abitato da esseri viventi (noi) che producono
segnali elettromagnetici, "sarebbe
davvero avventato presumere che in nessun altro luogo dell'Universo la
Natura abbia ripetuto lo strano esperimento che ha compiuto sulla Terra"
(Arthur Stanley Eddington). D'altra
parte, come ebbero a sottolineare l'italiano Giuseppe Cocconi e lo
statunitense Philip Morrison a suggello del loro storico articolo “Cercando
comunicazioni interstellari” [1], atto di nascita
del SETI: "La
probabilità di successo è difficile da stimare;
ma se noi non cerchiamo mai, la possibilità di successo
è zero."
Fino
ad ora "Noi
non abbiamo ancora trovato nessun alieno, ma, sul lungo periodo, io
sono ottimista. I Terrestri stanno solo imparando come trovarlo."
dice Dan Werthimer, direttore scientifico di SETI@home.
Ma
la ricerca e gli studi SETI si sono già rivelati utili
all'umanità
Indirettamente,
per effetto di quella che gli anglosassoni chiamano serendipity.
Serendipità è un termine che incomincia a
prendere piede anche nel nostro vocabolario e indica il "cercare una
cosa e trovarne un'altra, totalmente diversa e non
prevista". Esempio tipico: cercare una via per le Indie navigando verso
occidente
e trovare l'America (Colombo docet). Oppure (Fleming docet) studiare
gli strani esserini presenti
nei formaggi “puzzolenti” e scoprire la
penicillina, madre di quegli antibiotici che ci consentono
di non crepare per una bronchitella. Per non parlare
dell’oceano di figli
“imprevisti” generati dalle Equazioni di Maxwell:
dalla radio ai telefonini, dai raggi X alla TAC, ecc. La
serendipità ha funzionato anche con il SETI e, come negli
esempi citati, in un campo totalmente inaspettato e che nulla ha a che
vedere con la ricerca di ET: trovando
gli strumenti pratici e le basi teoriche per risolvere elegantemente il
problema di capitale importanza
della difesa
planetaria dagli impatti asteroidali, come ora andremo a
dimostrare. Riferimento
[4] dal sito
del progetto SETI
Italia dell'IRA-INAF di Medicina (Bologna), file .pdf 5,14 MB
di articolo pubblicato su Acta Astronautica, organo ufficiale
dell’International Academy of Astronautics
“Planetary
Defense from the Nearest 4 Lagrangian Points plus RFI-Free
Radioastronomy from the Farside of the Moon: A Unified Vision”
Nell'utilizzo normale delle onde radio non esiste la
necessità di ricevitori ultra selettivi a banda strettissima
e nella radioastronomia convenzionale si usano ricevitori
a banda molto larga perchè essa è finalizzata
allo studio di fenomeni naturali.Sono stati
esclusivamente gli scienziati dediti a Radio-SETI a progettare e
realizzare ricevitori criogenici ultra selettivi a banda
strettissima dotati di milioni di canali necessari alla ricerca dei
segnali di ET, il loro “ago nel
pagliaio”.Risultato
serendipitous: con il ricevitore del progetto SETI Italia installato in
parallelo alla parabola VLBI da 32 metri dei radiotelescopi di Medicina
(Bologna) siamo in grado di
rilevare l'eco-radio di un bullone da 2 centimetri di diametro alla
distanza dell'orbita geostazionaria:
36.000 Kilometri! Ciò significa che noi oggi possiamo
utilizzare le tecniche
radar-astronomiche accoppiate ai ricevitori SETI sia per localizzare
satelliti artificiali
“persi” perché finiti fuori orbita per
avarìa, sia per
monitorare
gli
asteroidi NEO (Near Earth Object), potenzialmente pericolosi
perchè dotati di orbite che transitano molto vicine a quella
della Terra e quindi potrebbero un
domani impattare contro il nostro pianeta. Siamo sicuramente molto
grati all'asteroide che 65 milioni di
anni fa, cadendo su Chicxulub
(Yucatan), ha molto probabilmente provocato l'estinzione di massa dei
grandi rettili ergo favorito l'evoluzione di noi mammiferi, ma vediamo
di non fare la fine dei
dinosauri!
Calcola
l'effetto dell'impatto: Earth Impact Effects Program (in inglese)
Già, ma se un grosso asteroide ci viene addosso cosa
facciamo?
Sparargli
contro dei missili a testata nucleare lanciati dalla Terra è
la soluzione indicata dai film di fantascienza. Soluzione
troppo semplicistica perchè frantumerebbe forse l'asteroide
senza deviarlo, o deviandolo troppo poco, dalla sua rotta di collisione
con il nostro
pianeta. La soluzione definitiva è colpire l'asteroide il
più possibile perpendicolarmente rispetto alla sua
traiettoria, provocandone una forte deviazione. Facile
a dirsi. Ma a farsi? Per
nostra fortuna c'è chi, studiando appassionatamente
soluzioni fortemente innovative [3]
per le problematiche SETI e aggiungendoci un po' di
serendipità
matematica e di genio italiano,
ha risolto il problema. Non
è questo il luogo per dipanare la questione nei suoi
dettagli più fini, ergo ci limiteremo ai sommi capi di una
problematica che merita di uscire dalla ristretta
cerchia degli specialisti e di essere conosciuta dal grande pubblico. Protagonista
è il fisico-matematico torinese Claudio
Maccone, co-vice-chair del Gruppo di Studio
Permanente SETI dell'Accademia
Internazionale di Astronautica (IAA) e collaboratore di
Stelio
Montebugnoli nel progetto SETI Italia di
Medicina (BO). Per conto dell’IAA Claudio Maccone
si occupa da anni del progetto Lunar Farside Radio Lab [4] che prevede la
costruzione di un radiotelescopio sulla faccia nascosta della Luna,
permettendo una ricerca SETI e
radioastronomica RFI-free cioè libera da interferenze radio (RFI,
Radio Frequency Interference) terrestri e satellitari
perché radio-schermata (radio Quiet Cone, vedi Fig.
1) dal corpo del nostro satellite rispetto al nostro
pianeta e ai satelliti geostazionari (in gamma radio
l’inquinamento RFI è
l’equivalente dell’inquinamento luminoso in gamma
ottica).
Fig. 1 -
Evidenzia il radio Quiet Cone ove si calcola un abbattimento
della RFI > 100 dB
L’assenza
lunare di atmosfera permette inoltre di allargare
lo studio a tutte le frequenze
(al di
sotto di 15 MHz circa) non accessibili ai radiotelescopi
terrestri in
quanto riflesse dalla
nostra ionosfera e, quindi,
oggi praticamente sconosciute a radioastronomia e SETI.
Fig.
2 - Ubicazione del
cratere Daedalus al centro del radio Quiet Cone,
luogo ideale per un radiotelescopio totalmente RFI-free (IAA Lunar
Farside Radio Lab)
Lo
studio di Claudio Maccone ha portato alla scelta del cratere Daedalus
perché si trova agli antipodi della Terra (vedi Fig. 2)
e quindi al centro del radio quiet-cone (cono di radio quiete) selenico
(vedi Fig. 1),
ove si calcola un
abbattimento della RFI superiore a 100 dB. Avendo un
diametro di circa 80 Km, Daedalus permetterà la
realizzazione di un
grande radiotelescopio lunare internazionale che in futuro
prenderà il posto degli strumenti terrestri
sempre più “accecati” dal
crescente inquinamento da RFI, così come il crescente
inquinamento
luminoso ha costretto i
telescopi
ottici a
rifugiarsi nel deserto di Atacama, alle Hawaii et similia.
Fig.
3 - I punti
Lagrangiani del sistema gravitazionale Terra-Luna
Ovviamente
tutto ciò è possibile solo se, come
l’Antartide, la faccia nascosta della Luna e i punti
di equilibrio gravitazionale, cioè i punti Lagrangiani, del
sistema Terra-Luna (soprattutto L2, vedi Fig. 3) sono fin
d’ora dichiarati protetti da attività
speculative terrestri. E’
proprio studiando l’importanza dei punti Lagrangiani per
Lunar Farside Radio Lab che Claudio
Maccone ha trovato la sua soluzione matematica della
difesa planetaria da asteroidi pericolosi.
Fig.
4 - Grafico che
illustra il concetto di "ellissi e iperboli confocali"
Esponiamo
anzitutto in termini semplici il “teorema delle coniche
confocali”: data una famiglia di ellissi confocali ed una
famiglia di iperboli confocali (cioè due
famiglie di coniche, che abbiano tutte quante in comune gli stessi
fuochi, vale a dire i due
“pallini” in neretto nella Fig. 4) allora
ognuna delle ellissi incrocia ognuna delle iperboli formando quattro
angoli retti.Per
la non banale dimostrazione matematica rimandiamo a [4].
Fig.
5 - Il progetto
Maccone per la difesa della Terra dai NEO
Dato che
un
asteroide in rotta di collisione con la Terra avrebbe un'orbita
iperbolica (rispetto alla Terra, non certo rispetto al Sole!), dei
missili pronti in una base spaziale
collocata in un punto Lagrangiano (ad esempio L3. Vedi Fig.
3) e sparati su un'orbita ellittica confocale all'orbita
iperbolica dell'asteroide, arriverebbero da direzione ortogonale
all'obiettivo e colpirebbero
ortogonalmente l'asteroide garantendo così la massima
deflessione possibile del "nemico". Per
dovere di precisione va sottolineato che sia l’iperbole
dell’asteroide, che l’ellisse del missile
deflettore, si trovano nel piano Terra-Luna-Asteroide, il quale
comprende pure la retta Terra-Luna e quindi pure i due punti
Lagrangiani L1 ed L3 (vedi Fig. 3) del sistema
Terra-Luna, dove verranno installate le due basi spaziali con i missili
pronti. Questa
guerra “uomo contro pietre volanti” sarebbe l’unica
guerra degna di essere combattuta. E
le armi relative sarebbero le uniche degne di essere chiamate
“intelligenti”. Perché
risparmierebbero agli Homo Sapiens una ingloriosa
fine da dinosauri.
E
tutto ciò grazie alla tanto snobbata “inutile
perdita di tempo”: la
ricerca SETI!
Anche
se non ha ancora trovato nessun ago di “omini
verdi” nei suoi pagliai, SETI, la ricerca
“impossibile”, grazie ai suoi fecondi
“effetti collaterali” di serendipità
si sta quindi rivelando molto utile.E
SETI ha regalato alla Scienza anche un altro importante strumento ad
alto
valore aggiunto:
il distributed computing (calcolo distribuito).
SETI
e distributed computing
Nel
dicembre 1994, durante un party natalizio a Seattle, David Gedye e
Craig Kasnoff discorrevano su come realizzare l’elaborazione
delle registrazioni SETI nelle
frequenze radio, che richiede enormi capacità di calcolo,
con pochi fondi e, quindi, senza alcuna
possibilità di avere supercomputer dedicati. Quel
giorno nacque SETI@home
e il concetto stesso di calcolo distribuito, basato sul vecchio, ma
sempre valido, principio dell’unione che fa la forza. L’idea
era di coinvolgere migliaia di volontari intenzionati a mettere a
disposizione del progetto il surplus inutilizzato di potenza di calcolo
dei propri personal
computer, realizzando, di fatto,
il più grande computer virtuale del mondo.Tutti
noi usiamo un computer per un certo numero di ore al giorno, consumando
una certa quantità di energia elettrica, ma utilizzando solo
una parte della sua grande
capacità di calcolo e sprecando la parte restante. SETI@home
è stata la prima iniziativa volta al recupero di questo
spreco di energia elettrica per rendere possibili ricerche scientifiche
“cenerentole” che necessitano di
un’enorme capacità di calcolo, altrimenti
irrealizzabili per mancanza di fondi.
Sull’onda
del successo di SETI@home
(vi hanno aderito oltre 5 milioni di persone in tutto il mondo, oltre
150.000 in Italia) molte università e centri di
ricerca hanno dato vita a molti
altri progetti di calcolo distribuito nel campo della ricerca
medica e degli
studi di biologia molecolare, dei genomi e
delle proteine, finalizzati all’acquisizione di conoscenze
per contrastare efficacemente molte malattie degenerative (tumori,
leucemie, sclerosi, ecc.) [5],
studi per
l’ottimizzazione degli acceleratori di particelle (LHC, Large
Hadron Collider del CERN di Ginevra),
nonché
progetti per la realizzazione di modelli di previsione climatologica a
lungo periodo.
Per
facilitare gli utenti del calcolo distribuito lo staff SETI@home
dell’Università della California a Berkeley ha
messo a punto BOINC (Berkeley Open Infrastructure for
Network Computing) un’unica piattaforma informatica che
permette la partecipazione a diversi
progetti contemporaneamente. Tutto
questo offre la possibilità a chiunque abbia un computer e
una connessione Internet di partecipare alla ricerca scientifica in
collaborazione con i più
prestigiosi centri di ricerca e università del mondo. Tutti
(anche se hanno la III media) possono dare il proprio, anche
minimo, contributo all’esplorazione dei confini della
conoscenza umana e al loro allargamento, cosa che molti
di noi hanno sempre solo sognato di poter fare e che oggi Internet
rende possibile realizzare da
casa propria.Il
calcolo distribuito ha quindi assunto un formidabile ruolo e valore
culturale, filosofico, sociale e pedagogico perché porta la
Scienza dalla turris eburnea
(torre d’avorio) degli “iniziati” che
hanno avuto la possibiltà, la fortuna e il privilegio di
diventare
scienziati, alla partecipazione sociale alla ricerca scientifica di
milioni di persone, perché avvicina milioni
di giovani alla cultura razionale e scientifica.E
in un mondo infestato di mostri e mode irrazionali, grandi fratelli,
oroscopi, fondamentalismi, omeopatie, urinoterapie, new age, UFOti e
chi più ne ha più
ne metta, solo il cielo sa se ce n’è bisogno! [6] [7]
SETI ITALIA: una
rivoluzione chiamata KLT
D’altra
parte, se la Scienza fa bene al “movimento” del
calcolo distribuito, il calcolo distribuito fa bene alla Scienza.
L’evoluzione
dei personal computer (hardware) prodotta dall’industria e
l’ottimizzazione dei programmi (distributed computing
software client) prodotta dalla partecipazione
di molti alpha e beta tester e programmatori volontari permettono oggi
prestazioni incredibili solo
pochi anni fa e consentono di preparare ulteriori balzi in avanti un
tempo ritenuti inimmaginabili.Alludiamo
alla necessità non più rinviabile di
aggiornamento degli algoritmi matematici impiegati in SETI per il
rilevamento dei segnali al limite del noise. In
SETI si usa attualmente la FFT
(Fast Fourier Transform, trasformata rapida di Fourier). Claudio
Maccone (eh sì, ancora lui!) che è un raffinato
matematico, propone da anni di utilizzare la KLT
(Karhunen-Loève
Transform, trasformata di Karhunen-Loève).
Affrontiamo
il problema in termini divulgativi e molto semplificati, rimandando per
la lunga e complicata
dimostrazione matematica a [2].
Ai
fini SETI quali sono le differenze fra FFT e KLT?
1) La FFT si serve solo di segnali sinusoidali per
“scomporre” un segnale qualunque. Invece la KLT
effettua una scomposizione molto più accurata di qualunque
segnale+rumore calcolando di volta in volta quei segnali
“elementari” che sono
più consoni alla scomposizione del caso studiato. Il
risultato è che la KLT riesce a rivelare segnali assai
più deboli di quelli che la FFT può rilevare.
2) La FFT rileva solo segnali a banda stretta, mentre la
KLT rileva i segnali indipendentemente dalla larghezza di banda
3)
Nell’elaborazione la FFT è molto rapida, mentre la
KLT (non esistendo una Fast KLT) richiede tempi molto più
lunghi.
Quindi
la FFT rileva solo segnali presunti sinusoidali e presunti a banda
stretta, ma noi non sappiamo che tipo di segnali usa ET e se ET impiega
segnali non sinusoidali a
banda larga la FFT non
li
intercetterà MAI!
La
superiorità della KLT sulla FFT in SETI è fuori
discussione. Il
grosso scoglio è rappresentato dal punto 3 cioè
dalla “pesantezza computazionale” della KLT che
fino ad ora ha portato all’esclusione del suo impiego. Ora
è giusto riproporre la questione perché
l’espansione enorme delle capacità di calcolo
fornite dal distributed computing, dall’evoluzione
dell’hardware e dei software client fornisce la potenza
necessaria per passare alla KLT. Un
solo esempio che riteniamo assai illuminante: la prima unità
di lavoro (work unit) che l’Autore ha elaborato da beta
tester di SETI@home
nel 1999 ha richiesto 80 (ottanta!) estenuanti ore/computer. Oggi
lo stesso lavoro si fa in meno di 2 ore. Poiché
grazie a Stelio Montebugnoli e ai suoi meravigliosi “ragazzi
dei radiotelescopi di Medicina” la KLT è
già stata implementata nel SETI Italia,
è ora che tale algoritmo venga utilizzato
anche in SETI@home.
Il
passaggio alla KLT si configura come una evoluzione
matematico-“darwiniana” del SETI particolarmente
necessaria soprattutto in vista dell’entrata
in funzione per la fine del decennio di ATA
(Allen Telescope Array) [11]
che il SETI Institute sta costruendo nel nord della California, primo
strumento espressamente progettato per SETI e che con 350
parabole da 6 metri di diametro avrà una
SETI-sensibilità 10 volte
superiore al radiotelescopio di Arecibo attualmente impiegato da
SETI@home (1.000 anni luce contro 100). Abbiamo
il dovere di prepararci bene a questo balzo in avanti.
Perché
come dice Frank
Drake [8],
il radioastronomo iniziatore del SETI:
"Il
nostro ago nel pagliaio è sfuggente, ma molti di noi hanno
la sensazione che
cercarlo sia una delle
più grandi imprese che la nostra specie possa affrontare."
[9]
“I
mondi poi sono infiniti,
sia
quelli uguali al nostro sia quelli diversi;
poichè
gli atomi, che sono infiniti […],
percorrono
i più grandi spazi.
Non
vengono esauriti infatti tali atomi,
dai
quali ha origine o viene costituito un mondo,
né
da uno solo né da un numero finito di mondi […];
di
modo che niente si oppone
a che i mondi siano
infiniti.”
Epicuro,
Epistula ad Herodotum [10]
Riferimenti
bibliografici
[1]
Giuseppe Cocconi and Philip Morrison, Searching for Interstellar
Communications, Nature, Vol. 184,
Number 4690, pp. 844-846, September 19, 1959 (ver. it.: Cercando
comunicazioni interstellari)
[2]
Claudio Maccone, Telecommunications, KLT and Relativity, IPI Press,
ISBN 1-880930-04-8, 1994
[3]
Claudio Maccone, The Sun as a Gravitational Lens: Proposed Space
Missions, IPI Press,
ISBN 1-880930-13-7, 2002
[4]
Claudio Maccone, Planetary
Defense from the Nearest 4 Lagrangian Points plus RFI-Free
Radioastronomy
from the Farside of the Moon: A Unified Vision,
Acta Astronautica Vol. 50, Number 3, pp. 185-199, 2002
[5]
Bruno Moretti Turri, Scienza
vera per tutti con il calcolo distribuito,
Le Stelle, Numero 4, pp. 76-80, Febbraio 2003
[6]
Carl Sagan, Il mondo infestato dai demoni. La Scienza e il nuovo
oscurantismo,
Baldini&Castoldi, 1996
[7]
Carl Sagan, The Demon-Haunted World. Science as a Candle in the Dark,
1996
[8]
Frank Drake, Project Ozma, Physics Today, 14 (1961), pp. 40 sgg.
(ver. it.: Reminiscenza
del Progetto Ozma)
[9]
Frank Drake, The Search for Extraterrestrial Intelligence, Astronomical
Society of the Pacific,
San Francisco 1988
[10]
Epicuro, Epistula ad Herodotum, 45, 3 sgg. (trad. it. in Opere, pag.
42, Einaudi, Torino 1973)
[11] Bruno Moretti Turri IK2WQA, ATA-350:
un gigantesco balzo in avanti per SETI,
relazione presentata a ICARA, Italian Congress Amateur Radio Astronomy,
Caltanissetta 2006
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